Il turismo italiano è uno dei principali sistemi turistici europei. Nel 2024 ha raggiunto il massimo storico di 466,2 milioni di presenze, con una crescita del 4,2%, collocandosi al secondo posto nell’Unione europea dopo la Spagna. Più della metà delle presenze è ormai generata dalla domanda internazionale. A questa crescita si accompagna, però, una criticità altrettanto evidente sul versante del lavoro: nel primo semestre 2025, nel turismo e nella ristorazione quasi un’assunzione programmata su due, il 46,9%, risultava di difficile reperimento. Potremmo sintetizzare così: il turismo italiano cresce, ma la sua capacità di trasformare questa crescita in valore dipende sempre più dalla possibilità di produrre, attrarre, trattenere e rigenerare competenze. Ed è proprio qui che il problema smette di riguardare soltanto la singola impresa.
La qualità dell’esperienza turistica, infatti, non è prodotta da un solo soggetto. È il risultato dell’interazione tra strutture ricettive, ristorazione, mobilità, commercio, cultura, guide, servizi digitali, eventi, istituzioni e infrastrutture. Possiamo avere un ottimo albergo, un ottimo ristorante o un servizio particolarmente innovativo, ma la qualità percepita della destinazione continuerà a dipendere dal modo in cui questi elementi riescono — oppure non riescono — a funzionare insieme. È in questa interdipendenza che la tradizionale immagine della filiera lineare comincia a stare stretta e prende forma quella della “costellazione dei servizi”: un ecosistema territoriale nel quale la competitività non dipende soltanto dalle competenze possedute dai singoli lavoratori o dalle singole organizzazioni, ma dalla capacità dell’intero sistema di generarle, farle circolare, combinarle e aggiornarle nel tempo. La competenza, da questo punto di vista, cambia natura. Non scompare naturalmente la dimensione individuale — continuano a essere le persone a possedere conoscenze e capacità — ma emerge anche una seconda dimensione: la competenza come proprietà del sistema, prodotta attraverso relazioni, cooperazione, apprendimento e circolazione della conoscenza.
La destinazione turistica può allora essere letta come un vero ecosistema delle competenze, nel quale imprese, lavoratori, istituzioni formative, rappresentanze, fondi interprofessionali e soggetti pubblici concorrono alla costruzione e alla rigenerazione del capitale professionale necessario allo sviluppo.
Non basta formare la singola persona
In questa prospettiva non basta avere camerieri, receptionist, manager, guide o operatori “ben formati”. Serve anche un sistema capace di capire quali competenze stanno cambiando, farle arrivare dove servono e continuare a modificarle quando cambiano tecnologie, mercati e organizzazioni. Significa riuscire a rilevare rapidamente nuovi fabbisogni, trasformarli in percorsi formativi, far circolare competenze tra imprese, integrare formazione e lavoro, trattenere lavoratori, favorire mobilità e progressioni professionali, utilizzare dati e tecnologie e, soprattutto, collegare imprese, sistema formativo e politiche del lavoro. Le ragioni sono abbastanza concrete: difficoltà di reperimento e trattenimento del personale, stagionalità, frammentazione delle filiere, trasformazione digitale, intelligenza artificiale e sostenibilità stanno modificando contemporaneamente organizzazioni, processi e contenuti del lavoro.
Per questo una politica formativa costruita soltanto per rispondere a fabbisogni già manifesti rischia di arrivare tardi. Il tradizionale percorso fabbisogno → corso → lavoratore formato deve progressivamente lasciare spazio a un processo più articolato: osservazione del mercato → anticipazione → progettazione delle competenze → apprendimento sul lavoro → riconoscimento e certificazione → nuova osservazione. È qui che assume rilevanza la Labour Market Intelligence. Il suo valore non consiste semplicemente nel produrre altri dati, ma nel riuscire a collegare informazioni sul mercato del lavoro, trasformazioni organizzative e processi di innovazione, trasformando un patrimonio informativo spesso frammentato in conoscenza condivisa e utilizzabile. Conoscenza che può aiutare le imprese a decidere e le politiche territoriali a non limitarsi a registrare ciò che è già accaduto. Anche l’oggetto della formazione cambia. Una progettazione costruita prevalentemente intorno a profili professionali rigidi appare sempre meno sufficiente quando il lavoro reale si trasforma attraverso combinazioni di task differenti: accoglienza, digitale, lingue, sicurezza, utilizzo dei dati sono solo alcuni esempi.
Un receptionist, per esempio, non svolge più soltanto “il lavoro del receptionist”. Può utilizzare sistemi di revenue management e CRM, piattaforme di prenotazione, strumenti di intelligenza artificiale e di reputazione online, comunicare in più lingue e gestire sistemi di relazione con il cliente. Il profilo rimane, ma al suo interno cambiano continuamente attività, tecnologie e competenze. Da qui la necessità di modelli formativi più modulari e adattivi: academy territoriali, formazione on the job, microlearning, percorsi certificabili e reti interaziendali di apprendimento. Soluzioni particolarmente rilevanti per quel tessuto di piccole e microimprese che caratterizza gran parte dell’offerta turistica italiana e che difficilmente può permettersi lunghe assenze del personale, academy aziendali o strutture HR dedicate.
La formazione, in questo modo, smette progressivamente di essere un intervento episodico e può diventare una funzione permanente dell’organizzazione territoriale del lavoro.
Il problema, infine, è come far funzionare la costellazione
Se la qualità turistica è il risultato dell’interazione tra molti soggetti, la competitività non può essere costruita isolatamente. La “costellazione dei servizi” richiede quindi dispositivi capaci di collegare strutture ricettive, pubblici esercizi, ITS Academy, fondi interprofessionali, rappresentanze delle imprese e dei lavoratori, camere di commercio e istituzioni territoriali. Non semplicemente mettendoli uno accanto all’altro, ma creando condizioni affinché informazioni, competenze, strumenti e responsabilità possano effettivamente circolare. È un passaggio coerente con il percorso più generale del Net Forum, che nella fase di “sperimentAzione” torna nei territori proprio per verificare che cosa accade quando soggetti, strumenti e responsabilità vengono concretamente messi in relazione. A Trieste questa verifica assume precisamente la forma del turismo come “costellazione di servizi”, interrogando l’idea che la competitività della destinazione possa dipendere dalla capacità di costruire un ecosistema territoriale e di trasformare la destinazione stessa in un ambiente permanente di apprendimento. Anche la bilateralità può essere riletta in questa direzione: non soltanto come strumento attraverso cui gestire o finanziare formazione, ma come possibile infrastruttura stabile di cooperazione territoriale. Ed è qui che emerge probabilmente la questione più difficile: la governance delle competenze. Se la competenza diventa anche una proprietà dell’ecosistema, occorre capire chi contribuisce a produrla, chi osserva i cambiamenti, chi mette in relazione i dati, chi traduce i fabbisogni in formazione, chi facilita la cooperazione tra imprese e chi mantiene nel tempo ciò che è stato costruito.
L’obiettivo diventa allora sperimentare un Ecosistema Territoriale dei Servizi di Valore nel quale conoscenza, cooperazione e apprendimento non siano iniziative parallele, ma parti di una stessa infrastruttura. La sfida non consiste più soltanto nel chiedersi quali competenze servano al turismo, ma nel capire quali proprietà debba avere il sistema capace di produrle, riconoscerle, diffonderle e rigenerarle mentre il lavoro cambia. È forse questo il passaggio più importante dalla filiera alla costellazione: il territorio smette di essere soltanto il luogo nel quale imprese e lavoratori operano e diventa esso stesso un ambiente che apprende. Una prospettiva nella quale formazione continua, politiche attive del lavoro e sviluppo locale finiscono inevitabilmente per incontrarsi. Questo finale, peraltro, si collega bene alla tesi più generale dell’articolo allegato: la domanda sulle competenze tende a trasformarsi in una domanda sul funzionamento del sistema che dovrebbe produrle, riconoscerle e accompagnarne l’evoluzione
Un laboratorio per trasformare l’idea in uno strumento
L’evento del 14 ottobre a Trieste, organizzato da S3.Studium insieme a Fondo Conoscenza, porta al confronto Regione Friuli-Venezia Giulia, PromoTurismo FVG, Unioncamere, rappresentanze delle imprese e dei lavoratori, mondo della formazione, fondi interprofessionali e soggetti impegnati nelle politiche del lavoro. Una pluralità di attori coerente con la natura della questione: se la competitività turistica dipende dalla qualità dell’intero ecosistema dei servizi, anche la costruzione delle competenze richiede relazioni stabili tra soggetti, strumenti e politiche differenti.
Il workshop si colloca nella fase di problem solving del Net Forum e prova a mettere alla prova un’ipotesi precisa: trasformare la destinazione turistica in un ecosistema territoriale capace di produrre e rigenerare competenze, attraverso Labour Market Intelligence, academy territoriali, formazione on the job, microlearning, percorsi modulari certificabili e reti interaziendali di apprendimento. L’obiettivo conclusivo è arrivare alla sperimentazione di un Ecosistema Territoriale dei Servizi di Valore, fondato su infrastrutture integrate della conoscenza, della cooperazione e dell’apprendimento.
Trieste diventa così il luogo in cui una domanda sulla competitività turistica prova a trasformarsi in un modello: come rendere la destinazione un’infrastruttura permanente capace di generare competenze, qualità e innovazione?
Partecipare significa entrare nel merito di questa sperimentazione e contribuire alla costruzione di una “costellazione dei servizi” nella quale imprese, lavoratori e istituzioni non operino come nodi separati, ma come parti di un sistema capace di apprendere e produrre valore insieme.

