C’è una domanda che può raccontare meglio di altre il lavoro svolto al Net Forum di Firenze: come si progetta oggi ciò che il distretto industriale di ieri riusciva, almeno in parte, a generare spontaneamente?
Il 22 settembre, al Meyer Health Campus, il secondo Laboratorio di sperimentAzione del Net Forum 2026 dedicato all’“Apprendimento distrettuale. Competenze, filiere e territori per una nuova competitività industriale” non si è limitato a discutere di formazione. Il tema è stato progressivamente scomposto: prima il territorio e le sue capacità di apprendimento, poi i dati sul mismatch, quindi il ruolo delle imprese e degli attori formativi, infine gli strumenti attraverso i quali trasformare buone pratiche locali in un sistema stabile.
È anche questa la logica del format: le quattro sessioni — Scenari & Priorità, Governance & Partnership, Modelli & Innovazione, Roadmap & Azioni — hanno fatto avanzare la discussione dalla definizione del problema alla ricerca di dispositivi concretamente utilizzabili.
Il territorio come produttore di conoscenza
A Firenze il riferimento alla scuola italiana dei distretti industriali non è stato semplicemente storico. È servito a formulare il problema contemporaneo. Marco Bellandi, dell’Università degli Studi di Firenze, ha ripreso la lezione di Giacomo Becattini e il concetto marshalliano di atmosfera industriale. Il distretto non è soltanto un insieme di imprese specializzate localizzate nello stesso spazio: è anche un ambiente nel quale circolano saperi, attitudini, esperienze professionali e modi di affrontare i problemi. Bellandi ha distinto tre livelli dell’apprendimento territoriale:
- c’è ciò che viene insegnato dalle istituzioni formative;
- ciò che si apprende dentro le imprese, trasformando conoscenze generali in competenze operative;
- e c’è una “terza forza” della formazione, rappresentata dal territorio stesso e dalle relazioni che legano imprese, lavoratori, famiglie e strutture sociali.
La metafora utilizzata nel suo intervento è efficace: la spiga contiene già nel seme la propria logica di sviluppo; il fungo, invece, è la manifestazione visibile di una rete molto più ampia e nascosta nel terreno. Allo stesso modo, una parte della capacità produttiva di un territorio dipende dalla rete di conoscenze e relazioni che non coincide con nessuna singola organizzazione. Il problema è che quella rete oggi è sottoposta a trasformazioni profonde. Digitalizzazione, servizi avanzati, intelligenza artificiale, cambiamento demografico e nuove catene del valore rendono meno automatici i meccanismi tradizionali di trasferimento delle competenze. Se la conoscenza non circola più con la stessa automaticità, la questione diventa allora quali strumenti possano sostenere intenzionalmente questa capacità di apprendimento.Andrea Cafà, presidente CIFA e FonARCom, ha sottolineato il ruolo che contrattazione, bilateralità, formazione e welfare possono svolgere se utilizzati come leve integrate. Inserire una nuova tecnologia senza modificare processi, ruoli e organizzazione rischia infatti di produrre effetti limitati. La competenza necessaria non riguarda soltanto l’uso dello strumento, ma la capacità di ridisegnare il lavoro intorno alle nuove possibilità che quello strumento apre. È uno dei motivi per cui formazione continua e innovazione organizzativa finiscono per coincidere sempre più spesso.
Da qui una prima traiettoria emersa a Firenze: ciò che un tempo era prodotto anche dall’“atmosfera” del distretto deve sempre più essere osservato, sostenuto e organizzato intenzionalmente. E per farlo abbiamo bisogno di dati e di una lente adatta ad analizzarli secondo il nostro scopo. È anche il terreno sul quale Chiara La Porta, membro del Consiglio regionale della Toscana, ha richiamato la responsabilità delle istituzioni: una formazione di qualità può diventare infrastruttura della competitività solo se politiche e investimenti mantengono un rapporto stretto con i fabbisogni che emergono dal lavoro e dai territori. Per farlo servono dati, ma soprattutto una lente capace di trasformare la fotografia del mercato del lavoro in capacità di anticipazione.
Come stanno cambiando le professionalità?
Riccardo Cuomo, direttore dell’Area Politiche del Lavoro di Unioncamere, ha portato al tavolo i dati del Sistema Informativo Excelsior. Nel 2025, su circa 5,8 milioni di entrate programmate dalle imprese, 2,7 milioni — il 47% — risultano di difficile reperimento. Ma quel 47% non descrive un unico problema: circa 30 punti percentuali sono legati alla mancanza di candidati, 13 alla preparazione inadeguata e altri 4 ad altre cause. Questa distinzione modifica la diagnosi. Se manca la persona, la risposta non può essere la stessa di quando la persona esiste ma non possiede le competenze richieste. E le tensioni aumentano proprio dove la specializzazione tecnica è maggiore: il report elaborato a partire dai dati discussi a Firenze indica una difficoltà di reperimento del più del 60% per figure ricercate negli impianti termoidraulici, nella riparazione dei veicoli a motore, nell’elettrico e nel meccanico. Accanto alla carenza di figure specializzate c’è poi un processo parallelo: le professioni stanno diventando più ibride. Per le entrate programmate nel 2025 le imprese attribuiscono elevata importanza, tra le altre, alla flessibilità e capacità di adattamento nel 65% dei casi, al lavoro in gruppo nel 55%, al problem solving nel 41%, al risparmio energetico e alla sostenibilità nel 40% e alle competenze digitali nel 20%. Le percentuali si sovrappongono, perché la stessa professionalità può richiedere contemporaneamente competenze tecniche, digitali, green, organizzative e relazionali.
È uno dei passaggi centrali del laboratorio: non si tratta soltanto di formare più persone o di aumentare l’offerta di corsi disponibili, ma di comprendere prima come sta cambiando la composizione delle professionalità e con quale velocità.
Per le micro e piccole imprese, in particolare, il problema spesso precede perfino la scelta del percorso formativo: è necessario riconoscere il fabbisogno. Una piccola azienda può percepire che un processo sta cambiando senza possedere gli strumenti per tradurre quel cambiamento in una domanda precisa di competenze. È qui che fondi interprofessionali, enti formativi, ITS, università, servizi per il lavoro e reti territoriali possono svolgere una funzione diversa dalla semplice erogazione: interpretare segnali produttivi e organizzativi e trasformarli in fabbisogni leggibili. Ma la risposta deve arrivare rapidamente. In un sistema nel quale tecnologie e processi cambiano in pochi mesi, una formazione disponibile quando il bisogno è ormai maturo rischia di nascere già in ritardo. Il tempo diventa così una vera variabile formativa.
Il confronto ha però evidenziato anche il limite di una lettura esclusivamente formativa del mismatch.
Natale Forlani, presidente INAPP, ha riportato la questione dentro una trasformazione molto più ampia: pensionamento delle generazioni mature, riduzione delle coorti giovanili e cambiamento della struttura demografica stanno restringendo progressivamente la popolazione disponibile per il mercato del lavoro.
La conseguenza è rilevante: non tutti i posti difficili da coprire possono essere spiegati con un deficit di formazione. Il sistema dovrà contemporaneamente aumentare la qualità delle competenze, utilizzare meglio quelle già disponibili, favorire il trasferimento intergenerazionale dei saperi e ripensare i meccanismi attraverso cui persone e opportunità vengono messe in relazione. In questa prospettiva anche l’apprendimento sul lavoro, l’ITS e l’apprendistato assumono un significato diverso: non servono soltanto a insegnare un mestiere, ma possono diventare strumenti per evitare che, con l’uscita di una generazione dall’impresa, scompaia anche una parte del sapere produttivo accumulato.
Il metodo Net Forum: non cercare un’altra buona pratica ma mettere in pratica una nuova buona idea
È qui che il ragionamento torna al senso del laboratorio. Antonello Calvaruso, presidente Net Forum, ha posto durante la giornata una questione che riguarda direttamente il metodo di lavoro: l’Italia dispone già di molte esperienze efficaci. Il problema è che spesso rimangono eccellenze locali e non riescono a diventare sistema. L’obiettivo del Net Forum non è quindi aggiungere una nuova “buona pratica” alla collezione, ma capire quali condizioni rendono un’esperienza trasferibile, replicabile e sostenibile. Per questo nei laboratori entrano insieme soggetti che abitualmente osservano il problema da angolazioni differenti: chi produce dati, chi costruisce politiche, chi finanzia formazione, chi la eroga, chi gestisce imprese e filiere, chi studia i territori. Il lavoro consiste precisamente nel mettere in relazione questi punti di vista fino a far emergere connessioni operative. A Firenze la traiettoria individuata è stata abbastanza netta: passare dalla fotografia all’anticipazione, dal corso all’ecosistema, dal fabbisogno dichiarato all’osservazione del cambiamento, dalla buona pratica alla governance. Alla fine del laboratorio, il concetto di distretto cognitivo assume così un significato molto concreto. È un territorio nel quale i dati aiutano a leggere ciò che sta cambiando; le imprese rendono visibili trasformazioni e problemi; ricerca e università contribuiscono a interpretarli; formazione e ITS traducono i segnali in nuove competenze; il lavoro continua a essere un luogo di apprendimento; fondi, parti sociali e istituzioni costruiscono le condizioni perché questo circuito sia accessibile anche alle imprese più piccole.
In altri termini, il distretto del futuro non sarà competitivo soltanto perché concentra capacità produttiva. Lo sarà se riuscirà ad apprendere più velocemente del cambiamento che lo attraversa. Ed è forse questo il risultato più interessante del lavoro di Firenze: aver spostato la domanda da “quali competenze mancano?” a una questione più impegnativa e più utile per le politiche e per le imprese: quale infrastruttura dobbiamo costruire perché un territorio sia capace di accorgersi in tempo delle competenze che stanno per servirgli?
Cos’è il modello del distretto industriale?
Nel modello sviluppato da Giacomo Becattini, riprendendo e aggiornando il concetto marshalliano di industrial district, il distretto industriale non è semplicemente una concentrazione geografica di imprese dello stesso settore. È un sistema produttivo e sociale radicato nel territorio, nel quale imprese, lavoratori, famiglie, istituzioni e comunità condividono competenze, relazioni e cultura produttiva.
Come ha ricordato Marco Bellandi al Net Forum di Firenze, la forza del distretto nasce anche da quella che Marshall definiva “atmosfera industriale”: un ambiente in cui conoscenze e saperi circolano non solo attraverso la formazione formale, ma anche per prossimità, esperienza, mobilità dei lavoratori e relazioni quotidiane. Il territorio diventa così una vera e propria “terza forza” della formazione, accanto alle istituzioni formative e alle imprese. Net Forum Firenze’s transcript
Il punto oggi è aggiornare quel modello: alle competenze manifatturiere tradizionali devono integrarsi servizi, digitale e nuove capacità organizzative, mantenendo però il valore delle reti locali e della conoscenza contestualizzata che ha storicamente sostenuto la competitività dei distretti italiani.


























