L’agroalimentare non è più una filiera lineare. Non basta parlare di produzione, trasformazione e distribuzione come passaggi separati. Oggi il settore è un ecosistema in cui competenze, dati, sostenibilità, logistica, ricerca, formazione, mercati e territori si influenzano reciprocamente. Come emerge da una delle interviste raccolte, “la filiera veramente intelligente non è solo lineare, dal seme al prodotto trasformato, ma è tutto quello che c’è intorno: la manodopera, la logistica, i trasporti, i consumi e il marketing”.
È da questa consapevolezza che nasce il percorso “Visioni in transizione – Voci dalle imprese”, promosso nell’ambito del Net Forum e curato dal team Net Forum generAction, composto da giovani professioniste impegnate in un lavoro di ascolto diretto delle aziende. L’obiettivo è raccogliere, attraverso interviste qualitative, non solo i fabbisogni e i problemi percepiti dalle imprese, ma anche le soluzioni già attive nei territori: pratiche che spesso esistono, ma restano isolate, poco raccontate o difficili da trasformare in modelli replicabili.
Il progetto non si limita a raccogliere testimonianze. Le interviste sono utilizzate come materiale qualitativo per leggere trasformazioni del lavoro, fabbisogni di competenze, criticità di filiera e pratiche emergenti. Le voci delle imprese sono quindi trattate come evidenze di campo, codificate e confrontate con categorie analitiche ricorrenti.
Il primo focus riguarda la filiera agricola e agroalimentare, al centro dell’evento di SperimentAzione post-Capri a Bari, dove il confronto proverà a tradurre le evidenze raccolte in prototipi di intervento, patti formativi territoriali e possibili avvisi di filiera.
Le voci delle imprese e i primi problemi emersi
Dalle interviste emerge con chiarezza un primo nodo: il problema delle competenze non riguarda soltanto la mancanza di personale. Riguarda la distanza crescente tra ciò che le imprese devono affrontare ogni giorno e i percorsi formativi disponibili. Servono operatori capaci di gestire macchinari 4.0, leggere dati, comprendere gli effetti del cambiamento climatico, lavorare in sicurezza, dialogare con il mercato e valorizzare il prodotto.
In questa prospettiva, le competenze agricole diventano sempre più ibride: tecniche, digitali, green, organizzative e relazionali. Non si tratta di sostituire la tradizione con l’innovazione, ma di tenerle insieme. Lo sintetizza bene una delle persone intervistate quando afferma che “le competenze indispensabili riguardano soprattutto la capacità di coniugare la tradizione del prodotto con l’efficienza industriale”.
Metodo in sintesi
L’analisi qualitativa delle interviste è in corso con nuovi campioni. Di seguito una breve descrizione dell’impianto metodologico.
Approccio: content analysis qualitativa e thematic analysis. Campione: 15 casi di impresa o esperienza aziendale nella filiera agricola e agroalimentare.
Criterio di selezione: campione qualitativo intenzionale, non statistico. Il campione rappresenta una varietà di ruoli nella catena del valore: produzione primaria, trasformazione, agroindustria, filiera corta, food export, multifunzionalità agricola, ricerca applicata, servizi e innovazione territoriale.
Categorie di analisi: competenze, processi e territori.
Output analitici: problemi e evidenze ricorrenti, pratiche attive, attori coinvolti, uso dei dati, condizioni di replicabilità, ai fini della costruzione di ipotesi di prototipi territoriali.
Le prime evidenze mostrano tre direzioni principali.
- le competenze agricole diventano sempre più ibride: tecniche, digitali, green, organizzative e relazionali
- la formazione deve essere più vicina al lavoro reale, attraverso affiancamento, percorsi on the job e strumenti collegati ai processi produttivi;
- la filiera è la scala corretta dell’intervento, perché prezzi, logistica, qualità, ricerca, distribuzione e trasferimento tecnologico non possono essere governati dalla singola impresa.
I problemi più ricorrenti riguardano quindi mismatch e reperimento di profili specializzati, formazione distante dai processi reali e dai tempi delle imprese, transizione digitale e uso dei dati non sempre accompagnati da competenze, cambiamento climatico, costi energetici e materie prime che incidono su produttività e costi, frammentazione di filiera, attrattività del lavoro e ricambio generazionale.
Questi problemi confermano che il fabbisogno formativo non può essere letto come un semplice elenco di figure mancanti. È piuttosto il risultato di una trasformazione più ampia, che coinvolge processi produttivi, organizzazione del lavoro, rapporto con il territorio e capacità delle imprese di innovare.
Accanto ai problemi, però, le imprese raccontano anche pratiche già in corso. Non sono ancora modelli generalizzabili, ma rappresentano segnali di problem solving: risposte concrete che possono diventare materiale di lavoro per politiche attive, formazione continua e governance territoriale.
Alcune imprese hanno introdotto sistemi gestionali integrati e percorsi formativi legati a Industria 4.0 e sostenibilità. Altre hanno lavorato su formazione, protocolli interni e collaborazioni con università. Dalle interviste emerge anche il valore della tracciabilità, degli accordi territoriali e della capacità produttiva avanzata nel comparto oleario pugliese. Altri casi portano invece il tema del riposizionamento del prodotto agricolo attraverso brand, design, packaging e collaborazione con giovani startup. Accanto a queste esperienze, si apre anche una traiettoria di ricerca applicata, fitodepurazione, biomasse, dati sperimentali ed economia circolare.
Queste esperienze aiutano a comprendere che l’innovazione agroalimentare non coincide solo con l’introduzione di nuove tecnologie. Spesso nasce dall’integrazione tra competenze, organizzazione, territorio e capacità di costruire relazioni.
Da Reggio Emilia a Bari: le evidenze diventano campo di prova
Il percorso si sviluppa in tre passaggi. Reggio Emilia ha rappresentato la fase di ascolto delle imprese, con l’emersione di problemi, fabbisogni e nodi critici. Capri ha funzionato come momento di ricomposizione sistemica, attraverso il Patto, le priorità, gli attori, gli strumenti e le responsabilità. Bari apre ora la prima sperimentazione territoriale, orientata a selezionare pratiche, costruire prototipi, immaginare patti formativi e possibili avvisi di filiera.
In questo percorso, il Patto di Capri rappresenta la cornice di metodo e, allo stesso tempo, la chiave per interpretare le interviste: richiama la necessità di superare interventi frammentati, rendere più leggibili i fabbisogni, integrare strumenti e risorse e riconoscere la formazione continua come leva strategica per accompagnare le transizioni del lavoro. Le pratiche raccontate dalle imprese non sono quindi casi isolati, ma segnali di un possibile modello di governance: se connesse tra loro, possono diventare strumenti di politica attiva, attraverso formazione situata, dati condivisi, reti territoriali, fondi interprofessionali, ITS, università e imprese tutor.
Perché Bari
La scelta di Bari come prima tappa di SperimentAzione non è soltanto simbolica. La Puglia rappresenta uno dei territori a più alta intensità occupazionale agricola del Paese: nel 2024 ha registrato circa 458.000 contratti agricoli attivati, pari al 28,1% del totale nazionale del comparto.
Per questo il laboratorio pugliese diventa un banco di prova rilevante per sperimentare strumenti di filiera, formazione e governance territoriale. Bari non parte da una domanda astratta, ma da una questione molto concreta: come trasformare esperienze già attive nelle imprese in soluzioni più forti, condivise e replicabili?
Bari porta al sistema:
- una lettura territoriale dei fabbisogni agroalimentari;
- un set di pratiche già attive nelle imprese;
- una prima mappa di soluzioni replicabili;
- un confronto tra imprese, formazione, ITS, fondi e istituzioni;
- la possibilità di tradurre il Patto di Capri in un Patto Formativo Territoriale o in un Avviso di Filiera.
La domanda che Visioni in transizione consegna al confronto è concreta: come possono formazione, impresa e territorio costruire insieme nuove politiche attive del lavoro, partendo da ciò che nei territori sta già accadendo?
Il valore del progetto sta proprio in questo: trasformare le voci delle imprese in conoscenza condivisa, e la conoscenza condivisa in prototipi di intervento. Bari non è quindi solo un evento territoriale, ma il primo banco di prova di una nuova grammatica delle politiche attive: partire dalle pratiche, riconoscerne il valore, connettere gli attori e costruire strumenti replicabili.

